FREE PARTIES: cronaca di una morte annunciata

saggio di Deejay Kilfa

Fonte: http://blogs.myspace.com/index.cfm?fuseaction=blog.view&friendId=118462195&blogId=289455392


LA' DOVE LE PAROLE NON POSSONO OSARE Partendo dalla premessa che non esiste comunicazione senza differenza, molteplicità di opinioni e pluralità di codici, introduco questo mio scritto prendendo in considerazione il mondo dei free parties (al quale sono stato molto vicino a partire dal 1996 fino al 2003); un'autentica conversazione in continuo divenire all'interno della quale si nega ogni radice identitaria, in una costellazione sensoriale frammentata, policroma, polisemica, caotica. I ravers vivono negli squilibri, come ortiche nate nel cemento. Ogni sistema è tale proprio perché in non-equilibrio; lo squilibrio dato dallo sperpero d'informazione è proprio ciò che rende più viva una cultura, ne costituisce il senso. Di conseguenza essa trova fecondità ai suoi bordi, alle soglie…


ZONE LIMINALI
Sovvertire l'esistente, rimappare la geografia psicofisica e piegarla (ma non fermarla) ad una gestione autonoma da ogni forma di schematismo, disposizione, architettura consolidata. Rispetto agli anni '70 le cose sono cambiate, così i giovani protagonisti dei filoni controculturali dei nostri tempi si trovano ad esprimere il proprio genio in un epoca post-fordista, il cui motore è il metter in atto comunicazione, in una rete globale che rispecchia in tutto e per tutto la nuova economia, anch'essa senza confini. Questo ha implicato che fossero ridisegnate anche le topografie cittadine: piazze, quartieri popolari e, soprattutto, moltissime fabbriche hanno chiuso i battenti. La creazione di nuovi luoghi di lavoro sempre meno aggregativi ha portato allo spaesamento e alla ricerca di nuove vie di accesso alla socialità, minata da un modo di organizzare le cose sempre più isolante. L'apertura di centri sociali autogestiti in gran parte delle città italiane, a cavallo tra la fine degli anni '80 e i '90, ha rappresentato una risposta efficace ed un nuovo modo di riappropriarsi di un'identità per molti. Non comunità virtuali, ma veri e propri organismi viventi, all'interno dei quali si compenetravano alterità e vicende differenti. In questi luoghi si è ripreso a fare fotografia, cinema e musica, con la necessaria astuzia per muoversi senza il rischio di rimanere impigliati nella nuova struttura a ragnatela del capitale, anche se spesso si è acquisita una notorietà effimera, lampo. Tuttavia queste autentiche mine vaganti, piazzate in punti strategici di grosse metropoli e piccoli centri urbani, non sono riuscite a soddisfare quello che era il reale bisogno. A questo punto si entra nel campo della psicogeografia. La ricerca in atto non è quella dell'individualità, ultimo e più pericoloso mito dell'Occidente; piuttosto si va alla ricerca di un multiplo singolo, e l'esplorazione di ogni possibilità di fuggire le identità convenzionali diviene il modo migliore perché ognuno riesca ad infondere a sé stesso vitalità. Non è più la ricerca di un'isola felice nello spazio geografico ben definito; l'utopia in senso temporale, spostata nel futuro, nasce dalla delusione della ricerca effettuata in una dimensione spaziale. Al giorno d'oggi non è più necessario rimandarla ad una data che verrà: è realizzabile attualmente, hic et nunc. Il ciclone rave party è intriso fondamentalmente di a-topia. Inafferrabile, ogni celebrazione prende atto in una zona temporaneamente autonoma (taz), il più delle volte in vecchie fabbriche in disuso che, perite sotto i duri colpi del letale morbo tayloristico, vengono fatte rivivere e loro cuore pulsante diviene l'incessante battito alterato della musica tekno, che paradossalmente recita la pantomima dell'ossessiva sequenzialità della quale è schiavo l'individuo moderno, sempre più monade tra le monadi. I paradigmi possono avere delle anomalie; sono proprio queste brecce aperte nel sistema, queste insubordinazioni alla legge che permettono di vedere ciò che fino a poco tempo prima è stato usato solo distrattamente in un'altra ottica. L'antropocentrismo si sgretola, viene riconosciuto un altro soggetto, che non parla più il linguaggio della parola, bensì quello dei segni. E così anche l'edificio fabbrica si carica di una propria sensibilità; esse si risvegliano dal torpore nel quale erano assopite, per trasformarsi in cattedrali immense ed esplosive; sono i ravers ad esplorare il ventre più segreto di queste enormi balene. Partecipare ad un rave party è partecipare ad un luogo comune, conversare, condividere un intreccio fatico fine a sé stesso. Una geografia dunque fatta di luoghi ameni, al riparo da sguardi indiscreti e dove, grazie alla secessione dal mondo, godere di una libertà sconosciuta ai più. Questo distacco fa si che la creatività sprigionata non lavori al servizio di esso (del mondo), e il delirio multimediale si confina nel proprio giardino. Avendo vissuto in prima persona da attore protagonista questo raptus, non mi sottrarrò in ogni caso dall'esporre alcune critiche nei confronti di quelli che sono stati, a mio avviso, i punti deboli che hanno fatto si che il movimento s'indebolisse sempre più. Certo, il vero viaggio di scoperta non consiste effettivamente nel vedere nuovi posti, ma nell'avere nuovi occhi; in ogni caso uno dei fondamentali errori, rimanendo in tema di spazialità, è stato proprio quello di ghettizzarsi oltremodo, utilizzando ad esempio la stessa struttura anche a distanza di una settimana, proponendola anche per tre volte in un mese. In questo modo prende corpo l'errore di stazionare per troppo tempo in determinate orbite, rendersi più vulnerabili alla sfera del controllo, offrendole un vantaggio. Un tempo questo magma sfuggiva alla presa, forse perché troppo incandescente. Oggi invece si rischia di rimanere prigionieri di autentici containers, in preda alle peggiori sostanze psicotrope, in balia dei propri spettri affetti da incomunicabilità, privi di un tessuto connettivo capace di scalfire il sistema, che così all'esterno continuerebbe indisturbato la propria iterazione. Altro grosso errore è stato quello di lasciare che cambiasse il verso della spirale. Il movimento un tempo era materialmente centripeto, spiritualmente centrifugo. Orde nomadi, sospinte da un autentico istinto technolibertario, si davano appuntamento nel luogo X per antonomasia, meglio se l'unico e il solo, solo per una notte, e poi via come schegge impazzite dopo un'esplosione. Inizialmente era un passaparola orale, poi degli economici flyers, volantini in bianco e nero con indicato un meeting point, nulla di prestabilito ancora. Le "immagini al computer" hanno mandato in pensione le vecchie tecniche di produzione grafica. Questi nuovi linguaggi di sintesi, queste immagini virtuali, sono la combinazione di elementi astratti e discreti. Insieme alla computer graphic altre nuove tecnologie, il cellulare prima (con la comparsa di info-lines a piè del volantino) e poi internet in particolare, hanno fatto si che la globalizzazione attanagliasse anche il tradizionale canale di approvvigionamento informativo per giungere a destinazione (se mai ce ne fosse una definitiva); sicchè al giorno d'oggi, se si dovesse tenere uno di questi ritrovi conviviali in quel di Tor Cervara, lo saprebbero in anticipo sicuramente anche in Groenlandia. Inoltre basta dare un'occhiata ad uno dei siti web sui quali vengono rese pubbliche le feste di nuova generazione, per rendersi conto di come in uno stesso sabato si tengano (considero il caso italiano) anche cinque feste in contemporanea. L'energia si disperde; certo il rave assume il codice genetico di un virus, andando ad infettare più tessuti sociali, ma si concretizza pur sempre in una forma quando invece la sua forza è l'astrazione.


ANTIMUZAK
Questo termine trova la propria origine in un capolavoro del cinema underground berlinese del regista Klaus Maeck, DECODER. La pellicola del 1984 è imperniata attorno alle vicende di un manipolo di giovani che fronteggia la diffusione a semina larga di alcuni motivetti abbastanza sdolcinati all'apparenza, ma che contengono veri e propri messaggi subliminali, quasi diabolici input all'apatia, nascosti sotto subdola cifratura. Le note ipnotiche della Muzak, così è chiamato questo diabolico mezzo di consenso di massa, viene diffuso prevalentemente nei luoghi di maggior frequentazione del cittadino standard, nei fast food McDonalds ad esempio, dove poter dare soddisfazione ad alcuni dei primari bisogni quali il cibo. Inevitabile il riferimento a catene multinazionali che sono state capaci di standardizzare persino la produzione di hamburger, tanto da trasformare lo stesso nutrimento in un atto routinizzato, da compiere in perfetta catalessi, in questo caso il tutto accompagnato da incantevoli note. Gli eroici paladini della libertà, una volta catturato il suono e decodificato, creano un antiMuzak. Essi risvegliano le menti assopite di anziani e bambini introducendo illegalmente in questi luoghi piccole apparecchiature per la riproduzione del suono (simili a dei walkman, archetipi storici della privatizzazione mobile), collegate a piccoli speakers per la diffusione; sistemi per mezzo dei quali rompono l'incantesimo, provocando bruschi risvegli (si può dire che, in chiave sonora, questo film faccia da precursore addirittura a Matrix) e una vera e propria rivoluzione fatta di scontri di piazza. Ho sempre pensato che la musica tekno potesse essere considerata l'anti-Muzak x antonomasia, la chiave di svolta essenziale per la liberazione dalle opprimenti matrici di senso che ci vengono propinate, in dosi massicce e contro le nostre volontà: la musica commerciale, i motivetti insulsi che ti si insinuano nelle meningi, il sonoro dettato dalle regole delle majors, che ha la struttura di un cancro il quale espande sé stesso e i propri satelliti a più non posso, mentre ignoriamo di fargli gli onori di casa.


I SISTEMI SONORI SONO ARMI
Un'arma allora è quella che possiamo utilizzare, gioco forza, per liberarci da queste catene. Un po' come gli apparecchi rudimentali usati dai baldi giovani della pellicola di Maeck, ma assai più potenti, ben più possenti, imponenti neototem (quasi allegoria della fede dei nostri tempi) ai quali però non è necessario elargire adorazione: sound sytems are weapons…Gli spari della techno sono pronti a colpire chiunque esponga il proprio ventre ad altezza di mirino, ma i colpi sferzati non sono letali, bensì portano nuova linfa vitale agli affranti animi di tutti i partecipanti al convivio, che riescono a redimersi finalmente dai logori rapporti di dominio in atto nella sfera overground…


CONTINUUM TRA PIANI
Avendo tirato in ballo il "piano di sopra" è doveroso fare una puntualizzazione. Sopra e sottosuolo non sono più le due facce di una stessa medaglia, ora rappresentano punti in un medesimo continuum. Al giorno d'oggi vi è un netto calo della tensione concorrenziale tra prodotti culturali ufficiali ed alternativi. Una mossa molto intelligente è stata la contaminazione, i simboli ruotano facilmente di segno, così che si può parlare più di una sfera culturale quale galassia unica e mutante, elastica, fluida. E' consuetudine ormai entrare in un club e scoprire che è stato concertato a mo di centro sociale, così come è sempre più frequente che artisti di un certo calibro si esibiscano nell'uno e nell'altro posto, indifferentemente. Molto frequente è anche il furto o, per essere meno duri, la presa in prestito di tematiche scoppiettanti da parte delle majors, in cambio di un livellamento delle possibilità di esposizione e pubblicizzazione delle opere controculturali. Medesimo discorso per i rave che, organizzati fuori legge o nelle discoteche, propongono spesso e volentieri stessi iter sonori e "psichiatrici". In questo caso vorrei fare un piccolo appunto: un conto è uscire forzatamente alle quattro della domenica mattina da un locale della riviera romagnola ed andare a schiantarsi contro un palo della luce, un altro discorso è scegliere di propria sponte quando volersi ritirare all'ovile (sempre se se ne ha uno fisso). A volte chi si occupa di politiche sociali dovrebbe tener conto di questi fattori. Insomma, tutto a galla nello stesso calderone, ma non è proprio come cucinare una zuppa dove ogni ingrediente si fonde, dando un unico sapore, come qualche arguto veggente postmoderno vorrebbe farci credere. Pur se tutto sfreccia sullo stesso circuito, fare una scelta rimane pur sempre qualcosa di decisivo. Il conflitto esiste ancora, anche se assume sempre più i caratteri dell'immaterialità in quest'epoca dominata dalla fantomatica informazione; dunque, l'unico cambiamento, è che si è spostato nella sfera comunicativa. Muoversi in controtendenza (senza dimenticare che le tendenze sono qualcosa che originariamente appartiene ad una minoranza non minoritaria, un nucleo ristretto che contiene elementi che si diffonderanno al di fuori di esso) vuol dire ancora creare quelle crepe, necessarie a smuovere i piatti allestimenti che si fregiano di un'immutabilità impossibile da tenere in vita. Il germogliare controculturale è motore d'innovazione, la nascita di internet ce lo ha insegnato. Siamo di fronte a nuovi "modi e mode del comunicare"; cercare di essere al passo coi tempi può permetterci di essere attori protagonisti nel sociale, come mai avremmo potuto esserlo prima. E' perciò necessario capire che sostare in frontiera può essere controproducente, in quanto c'è il pericolo di rimanere prigionieri in un vero e proprio limbo. La cultura è un fenomeno vitale in continuo divenire, la sua essenza non cessa mai di costruirsi, è sempre aperta all'emergenza del nuovo. Meglio allora una strategia fatta di connessioni, attraversamenti e sincretismi con le infinite realtà che sono altro da noi, per dar vita a nuove ricchezze.


NOIZE (rumore)
Una delle questioni principali sulle quali si è dibattuto è stata la ricerca del modo migliore per diminuirlo o eliminarlo, al fine di ridurre l'entropia che si produce sul canale. Secondo la teoria standard della comunicazione il messaggio subisce un alterazione ad opera del rumore, si deteriora, con conseguente perdita d'informazione. Platone affermava che il rumore è quanto di veramente filosofico c'è nella comunicazione. Capita spesso di trovarsi ad un party a base di musica drum'n bass (a Londra per esempio), e sentire l'Mc (colui che improvvisa strofe al microfono) che presenta il dj di turno inneggiando la folla a fare un po' di rumore (make some fu**ing noize). Rumore è il nodo o meglio la piega sulla quale ci soffermeremo adesso. La musica tekno nega ogni idea tradizionale di melodia ed arte. Il suo ritmo incessante è sinonimo di continuità di vita. Il battito selvaggio ha la fisionomia di pura interferenza, che va ad inserirsi negli interstizi delle dogmatiche produzioni commerciali, scalpita, sgomita, spinge, prepotentemente trova dimora nelle menti dei danzatori liberi. Si tratta di esecuzione inconscia, la performance in atto assume le sembianze di comunicazione primitiva, contestuale, primaria: si muta quasi in primati. Questo conversare è fatto di una sfacciata nudità d'inconsci (in ogni caso l'inconscio non può essere mai definitivamente liberato dalla propria opacità, essendo molteplicità lineare) che si trovano in un attimo moltiplicati; io non nutro indifferenza ma mi espongo all'altro, divento altro, non scendo a compromessi per accettarlo. Questa comunione fatica, originaria apertura ad altri, è il terreno sul quale sorge ogni processo di significazione. Fuori, allo scoperto, le nostre essenze portano in alto il senso di ogni esistenza; non esiste più un dentro e un fuori, il border line diviene habitat naturale.


BATTITI ALTERATI
Nei suoi momenti più espressivi la musica ci rende sensibili alla radice di segretezza che sta al suo centro. Personalmente sono un sostenitore dell'autoproduzione e di conseguenza dell'autocostruzione; mi spiego meglio…Molte crew italiane ed estere adoperano impianti sonori tradizionali, spesso marchiati dalle più autorevoli case produttrici del globo; questi sistemi sonori indubbiamente possono fregiarsi di un'insuperabile pulizia del suono, ma la mia concezione sonora è un'altra. E' il motivo fondamentale per cui, come Altered Beats, abbiamo deciso di autocostruire il nostro impianto, armandoci di un po' di pazienza e accumulando la necessaria esperienza. Se credi in una cosa devi crederci fino in fondo, ma non tutti la pensano in maniera estrema come me forse. E' d'obbligo, una volta nominati i Battiti Alterati, esporre un breve manifesto di ciò che sono stati e che forse non saranno mai più. Insieme ad altri amici di vecchia data, intorno alla fine degli anni '90, è nato questo entusiasmante progetto che ci ha portati a dare un calcio alle nostre attività ed imbarcarci in un viaggio profetico che si è concluso poi, dopo alcuni anni, per cause contingenti. Avvalendoci delle indicazioni di un costruttore amatoriale di impianti sonori, abbiamo realizzato un muro di casse a nostra immagine e somiglianza, al quale mancava solo la parola che noi in seguito gli avremmo dato in qualità di cerimonieri. Sorgeva un problema essenziale però, quello di dare un nome alla nostra creatura; fu allora che ebbi un lampo di genio, ma non prima che ci fummo imbarcati in una serie di proposte dallo scarso vigore. Mi tornò in mente un vecchio videogame per Amiga 500 chiamato Altered Beast, il cui personaggio era uno scienziato che, bevendo una pozione magica, riusciva a mutare magicamente le proprie sembianze (ad esempio trasformandosi in un lupo mannaro). In queste ultime tre righe ho evocato una serie di nodi essenziali come i giochi elettronici, primi prototipi di realtà virtuale, che hanno dato una svolta epocale nel promuovere i propri giocatori da spettatori passivi di un'avventura al ruolo di protagonisti in prima persona. Quindi l'Amiga, uno dei personal computer più diffusi tra gli adolescenti della mia generazione, nonché prima tra le macchine utilizzate per la messa in sequenza di suoni digitali (e dunque fondamentale per la nascita della musica di sintesi elettronica); e ancora il tema della mutazione, del cambiamento, del divenire altro da sé o altra sfaccettatura del sé, nella trasformazione dello scienziato in bestia. Per mezzo di un anagramma ho trasformato, tradotto, tradito la parola beast in beats, battiti, giungendo alla formulazione di "battiti alterati". L'alterazione dei battiti è divenuta la nostra ragion d'essere, un'ideale in cui credere finalmente, per combattere con vettori acustici in 4/4 la ripetibilità che tutti ci ha voluti uniformare. Un concept sonoro artigianale permette di dividere le frequenze in tre o quattro vie, a seconda dell'aggiunta di subwoofer o meno. E' stato proprio sulle frequenze più basse che abbiamo voluto potenziare il nostro getto, sicchè l'emissione del suono potesse sfiorare i corpi danzanti; non solo avvolgerli ed accudirli, ma dare un segno tangibile della propria materialità. Quando il kaos della dis-unione esplode, i sensi si moltiplicano, ciò che è acustico può essere toccato e guardato nel suo possedere la molteplicità dei corpi colloquio, dei corpi linguaggio, che si dimenano tarantolati in estatiche danze, il cui erotismo si manifesta nell'attimo inafferrabile di un unione che è piega, mai cicatrice.


LA FIGURA DEL DJ, MAESTRO DI CERIMONIA, ALCHIMISTA DELL'ATTIMO
L'artista e il criminale, queste due figure antitetiche, sfuggono al ruolo facendosi entrambi violatori della legge, eludendo le regole del vivere civile in nome di una più alta ambizione, per dare a sé stessi e agli altri nuove emozioni. Il codice dunque rappresenta l'ordine, la legge, e costantemente viene fronteggiato da creatività ed avventura: senza dubbio l'arte è comunicazione maggiore. L'artista indipendente diventa in un certo senso anche un criminale, sfuggendo alle restrizioni del copyright, o aggirandolo grazie al copyleft. Ma non solo, perché non basta regolamentarsi solo in questo senso; spezzare le catene dell'ingresso di una fabbrica dismessa con un flessibile è passibile in termini di legge; se organizzi feste del genere non transiti solo dietro la consolle, sei polifunzionale e quest'azione rientra nei tuoi compiti, così come raccogliere sottoscrizioni all'ingresso o improvvisarti barman. Ma non solo chi organizza bensì lo stesso pubblico, mentre balla e si diverte, è consapevole di commettere un reato. Tornando a questioni puramente tecniche, l'orecchio del disc jockey è straordinariamente competente: maestro dell'arte del rekombinant, miscela tracce sonore immortalate su vinile, creando una nuova creatura, comunicazione vivente. La comunicazione è sempre un'avventura, una creazione, nonché la condivisione di un senso, e l'opera d'arte di questo alchimista dell'attimo è nel non immortalarlo mai. La progressione sonora di una buona sessione deve fare in modo che l'evoluzione del suono comprenda il passato, il presente e il futuro, in un ciclo continuo. La sua perizia nel miscelare, al fine di creare inquietanti simulacri sonori, ne fa un autentico mago (l'etimologia della parola magia ci riporta proprio all'arte del mischiare). La sua è comunicazione esoterica, non predeterminata, durata creatrice, cuore pulsante, un centro attraente intorno al quale tutto ruota vorticosamente, siamo al centro di una spirale. Sulla dance floor, la zona di transito in cui i danzanti fanno sfoggio dei propri corpi merce, quasi una parodia delle grandi esposizioni post-moderne negli ipermercati, prende atto una conversazione che segue le note di una musica improvvisata, che non è da spartito. Gli ascoltatori sono attori di questo fenomeno, non ricevono passivamente il bombardamento dei battiti bensì ne fanno qualcosa di creativo, un processo di ermeneutica testuale. Il dj è come un grosso cavo di corrente tra la musica e la gente, ma questa comunicazione non è da intendersi nelle vesti di semplice trasporto; il feedback è continuo, noi non potremmo andare avanti in consolle se non fosse la gente a trasmetterci l'energia necessaria a partorirne di nuova, da restituire in questo flusso continuo, interminabile. Come d'altronde, suonare per una dance floor vuota, sarebbe come parlare al vento. Negli ultimi anni mi capita sempre più spesso, se non esclusivamente, di suonare nei club. La musica è rimasta una piacevole passione, non più la trazione diretta della mia esistenza. Non rinnego nulla delle mie radici, ho conosciuto la musica elettronica soprattutto grazie ai free parties, anche se ora mi sento molto più eclettico rispetto al passato, non mi precludo nulla per il solo fatto di credere in un ideale. Sono positivamente affascinato dal modo in cui la struttura architettonica di questi contenitori, adibiti all'ascolto e al ballo, sia cambiata. In particolar modo mi ha colpito la drastica riduzione degli ambienti, non più strutture megagalattiche dove non poter intavolare la benché minima relazione, ma locali più raccolti e soprattutto consolle situate ad un tiro di schioppo dal pubblico, tanto da far sentire l'artista parte di esso, perché così è poi che dovrebbe essere.


LIVE SESSION
L'avvento della musica elettronica ha dato la possibilità a chiunque di improvvisarsi artista, anche se talvolta con scarsi risultati. Alla pari di chi si esibisce in musica dal vivo, anche i patiti di musica elettronica possono esprimere tutta la propria vena realizzativa munendosi di sofisticate apparecchiature, in gergo chiamate "macchine". Nel momento in cui scrivo le cose sono ulteriormente cambiate: ora basta un notebook di ultima generazione ed una buona scheda audio per comporre e proporre la propria arte, dal momento che ogni tipo di macchina è stato sintetizzato e virtualizzato. Ancora una volta i bits hanno colpito, andando a sostituire la pesantezza materiale con leggerezza e portabilità. Sentire (avrei potuto usare il verbo ascoltare, ma è troppo poco partecipativo) un buon live set è sempre una grande emozione, dal momento che ogni performance non è mai la stessa. Nonostante un'artista possa usare anche per più di una volta gli stessi suoni, questi, ricombinati in maniera sempre originale tra di loro, partoriscono le più svariate creature. Questa facilitazione ha permesso anche l'allestimento di studi personali a spese assai contenute; in questo modo l'artista può autoprodurre la propria musica senza bisogno di ulteriori intermediari e spese, confezionare una demo e farla circolare nella maniera tradizionale (consegnandola a mano) o, meglio ancora, può catapultarla nella rete telematica, uploadarla su qualche portale ad hoc e farla ascoltare in streaming. Questa riduzione di tempi e costi ha fatto si anche che si venissero a creare dei vinilifici più vantaggiosi a livello economico, per cui stampare in più copie un disco è divenuto molto più accessibile. Di conseguenza sono aumentate le autoproduzioni su vinile, ed è nata una vera e propria cultura in tal senso, dato che è sempre più la musica senza bollino che circola tra i dj che si esibiscono in questi circuiti, anche e soprattutto per una presa di posizione ideologica.


ECONOMIA DEL DONO
Si tratta di uno dei principi caratteristici delle reti, basti pensare allo scambio di file musicali che avviene tramite software di condivisione peer-to-peer, quali ad esempio E-mule. Un rave party rappresenta il miracolo della presenza, dell'essere in un mondo condiviso, partecipato. La comunicazione in questo caso è della specie del dono, principio rifiutato dalla modernità (la borghesia non è altro che l'emblema della libertà individuale e della secessione dalle sfere di appartenenza). La condivisone di sguardi, sorrisi, sensazioni, odori, aure, lo stesso spezzare capsule policrome e adagiarle raffinatamente sui palati del vicino, tutto ciò rappresenta momenti di profonda comunione, "eucaristia", si entra in simbiosi; in questa condizione di sincretismi poliedrici si sfiora nuovamente quella comunità non dettata dal contratto, della quale le orme ormai si sono perse dalla notte dei tempi.


COME IN UN FILM DI ROMERO
Una delle risposte più comuni alla domanda "perché partecipare ad un rave party" potrebbe essere "per sentirsi più vivi". In società siamo un po' come morti viventi, non viviamo più e non parliamo più, ma ubbidiamo meccanicamente. Una delle metafore più geniali atte a rappresentare questa condizione è rappresentata dalla pellicola di George Romero, "Zombie". Un'orda irrefrenabile di morti tornati in vita invade case, città, metropoli, e in particolare uno shopping center, cattedrale dei consumi e del soddisfacimento dei più disparati bisogni. Per queste creature tutto ciò che era fondamentale in vita ora non conta più nulla, ma quasi per un frammento inspiegabile del ricordo vengono attratti verso uno dei luoghi che costituiva una vera e propria vetrina per i loro corpi, fluttuanti tra i panorami merceologici. Così come all'interno di un ipermercato sono i nostri stessi corpi che si fanno merce in esposizione, le nostre carni si pubblicizzano alla stregua di manzi in bella mostra sui banconi del macellaio, allo stesso modo, nel rave, anche il corpo fa la sua parte, perché non si può prescindere da esso se si vuol comunicare.


STRUTTURA RIZOMATICA DEL MOVIMENTO
La struttura di questo movimento di resistenza, atto a creare problemi là dove si è fatto credere che ormai ci fosse un abbassamento della marea, ha la medesima struttura della comunicazione: rizomatica. Un altro tipo di radice dunque, differente da quella degli alberi e molto più simile a quella dei tuberi. Si potrebbe dire che non tutti i mali vengono per nuocere, che bisogna vedere sempre il bicchiere mezzo pieno o ancora meglio il rovescio della medaglia, si ecco, il rovescio della medaglia…Nell'attuale momento post-moderno, la globalizzazione sta partorendo accentramenti governativi e strategie politico-economiche volte a ristabilire una più netta stratificazione. Partecipiamo concretamente ad uno dei primi fenomeni controculturali globalmente disgregante, localmente decentrato e collettivo a livello dell'intero pianeta. Una prospettiva rizomatica configura il rovescio della medaglia, spostando il concetto di rete, ora intesa come relazione tra singoli promotori di eventi, crews, neotribù, etichette indipendenti, radio libere o pirata, su un tessuto connettivo caratterizzato da convergenza ed attraversamenti di sistemi di comunicazione a tecnologia digitale, chat, newsgroup, mailing list, siti web, streaming selvaggio…le gerarchie dunque vengono ribaltate, ed i centri nevralgici del potere si perdono in azioni periferizzanti che si insinuano nelle piaghe da decubito dell'industria dell'entertainment.


IN CONCLUSIONE (ma in realtà non si arriva mai...)
In seguito ad un grave incidente occorsomi nell'autunno del 2002 ho temuto il peggio. Ne sono uscito molto provato sia a livello fisico che psicologico. Ho rischiato di perdere l'uso della mia mano sinistra e di conseguenza la possibilità di poter continuare ad esprimermi in quella che considero la maniera più genuina, con la musica. Fortunatamente le cose sono andate per il meglio e mi ritengo fortunato, perché ho ancora la possibilità, con la mia musica (il dove io mi esibisca ormai non fa più differenza), di far trascendere il corpo e l'anima, di dedicare tutto me stesso a quelle persone che danzano col sorriso sulle labbra e gli occhi chiusi, in empatia, discorrendo telepaticamente senza bisogno di superflue parole.